L'Etiopia ha accusato le truppe eritree di aver sferrato un attacco a sorpresa nel nord del Paese, penetrando in settori del Tigrai e spingendosi fino a sessanta chilometri in profondità. Le autorità etiopi hanno inoltre dichiarato che l'invasione ha innescato un'immediata risposta operativa mediante l'impiego di droni armati, che avrebbero colpito una colonna militare eritrea in movimento verso sud. Sebbene Asmara neghi ufficialmente di aver lanciato un'offensiva transfrontaliera, contingenti eritrei sono stati individuati all'interno del territorio etiope, con manovre documentate anche da organismi indipendenti di monitoraggio.

L'incidente ha riacceso le storiche frizioni tra i due Paesi vicini, alimentate da opposte mire egemoniche regionali e da un quadro di progressiva destabilizzazione. L'incursione giunge infatti in una fase in cui Addis Abeba si trova ad affrontare una delle crisi interne più complesse degli ultimi anni, propiziata dalla recente costituzione di un'alleanza tattica tra sette delle principali formazioni ribelli del Paese in funzione antigovernativa, blocco che riunisce movimenti precedentemente ostili tra loro. I vertici etiopi accusano l'Eritrea di finanziare e sostenere tale coalizione insurrezionale, sostenendo che lo sconfinamento non costituisca un episodio isolato, bensì un tassello di una strategia ad ampio raggio volta a deprimere la sovranità etiope dall'interno.

La decisione di Asmara di proiettare truppe oltre la linea di demarcazione scaturisce dalle crescenti preoccupazioni per le ambizioni etiopi sul Mar Rosso, bacino per il quale Addis Abeba rivendica un accesso garantito per via negoziale. Di fatto, l'Etiopia ha perso lo sbocco al mare con l'indipendenza dell'Eritrea, ma negli ultimi anni la leadership etiope ha intensificato le tesi secondo cui l'accesso alle rotte marittime rappresenti un'esigenza esistenziale, imprescindibile per lo sviluppo a lungo termine del Paese. L'Eritrea teme tuttavia che tali rivendicazioni possano precostituire il presupposto per una pressione militare sul porto strategico di Assab, specialmente laddove l'instabilità interna all'Etiopia spinga il governo centrale a perseguire politiche estere più aggressive. In tale prospettiva, Asmara potrebbe aver stretto un'intesa d'opportunità con il cartello ribelle per accentuare le difficoltà di Addis Abeba e prevenire l'ipotesi di un contenzioso marittimo, attestando al contempo le proprie truppe in una fascia cuscinetto difensiva sul suolo etiope.

A dispetto dell'impatto dell'attacco iniziale, la reazione dell'esercito etiope è stata immediata: le forze armate di Addis Abeba hanno respinto verso nord sia i nuclei ribelli sia i contingenti eritrei, riprendendo il controllo di diversi centri abitati e riattestandosi sulla linea di confine. Nel Tigrai nord-occidentale, le truppe etiopi e le milizie regionali alleate hanno spezzato le linee insurrezionali sostenute da Asmara, conquistando la città strategica di Shire, ultimo caposaldo urbano in mano alle forze ribelli. Ulteriori aliquote etiopi si stanno concentrando nei pressi di Bure, a ridosso della direttrice stradale verso il porto di Assab, alimentando l'allarme eritreo circa un'eventuale proiezione di Addis Abeba oltre il confine. Di conseguenza, si registra una mobilitazione speculare di truppe sul versante eritreo, determinando uno stallo operativo suscettibile di escalation a breve termine, mentre entrambi i governi si scambiano accuse reciproche sulle preparazioni a un conflitto su vasta scala.

Tuttavia, le criticità per l'Etiopia valicano l'immediata fascia confinaria settentrionale, poiché anche Sudan, Somalia ed Egitto, unitamente ai movimenti insurrezionali interni, mantengono aperti gravi contenziosi con il governo etiope. Khartoum contesta ad Addis Abeba il sostegno logistico garantito alle Rapid Support Forces; Mogadiscio diffida della crescente proiezione d'influenza etiope nel Corno d'Africa; il Cairo continua a scontrarsi con l'Etiopia sul dossier della Grand Ethiopian Renaissance Dam, ritenuta una minaccia diretta alla portata del Nilo. Tali convergenti tensioni hanno culminato nel vertice strategico di New Alamein, in cui i leader di Sudan, Eritrea, Somalia ed Egitto hanno concordato un rafforzamento della cooperazione multilaterale e il rigetto di ogni ingerenza esterna, individuando nell'Etiopia un fattore di destabilizzazione regionale. Una guerra di logoramento prolungata costringerebbe dunque Addis Abeba a impegnare il proprio dispositivo difensivo su molteplici fronti confinari e simultaneamente nelle operazioni di contro-insorgenza interne.

Nel complesso, la manovra offensiva dell'Eritrea ha sortito un effetto opposto rispetto agli obiettivi di Asmara, giacché le forze etiopi si trovano ora ammassate a ridosso del confine e in prossimità della direttrice strategica per Assab. Addis Abeba è oggi nella posizione di presentare qualsiasi ulteriore movimento di truppe come misura di legittima difesa a seguito dello sconfinamento eritreo, laddove Asmara interpreterà la medesima concentrazione come la conferma delle mire etiopi volti alla conquista di un varco sul Mar Rosso. Il confronto non attiene più al solo controllo del Tigrai, ma investe la capacità dell'Etiopia di affrancarsi dalla dipendenza dai Paesi transitori e di alterare gli equilibri di forza nel Corno d'Africa. L'evoluzione della crisi nell'asse Bure-Assab stabilirà se le ostilità rimarranno circoscritte allo scontro bilaterale etio-eritreo o se forniranno a Sudan, Somalia, Egitto e alle milizie ribelli l'occasione per innescare un conflitto regionale generalizzato.



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