In questo filmato si analizza l'evoluzione delle tensioni tra la Russia e i suoi ex alleati.
In questo contesto, gli stessi paesi che un tempo condividevano il medesimo ombrello strategico con la Federazione Russa costituiscono oggi la principale sfida per Mosca. Sullo sfondo di questa dinamica, gli ex alleati del Cremlino stanno progressivamente unendo le forze per strutturare una nuova coalizione antirussa, stringendo Mosca in una morsa geopolitica multidirezionale.

Recentemente, all'interno del dibattito pubblico e mediatico russo sono emerse intense speculazioni circa la presunta costituzione di una nuova alleanza denominata Comunità dell'Eurasia, promossa dalle ex repubbliche sovietiche di Estonia, Armenia, Azerbaigian e Ucraina, con la deliberata esclusione di Mosca. Organi di informazione legati all'apparato statale russo riferiscono che tali consultazioni mirerebbero alla materializzazione di una Comunità di Stati Indipendenti priva della presenza russa. Tuttavia, è fondamentale rilevare come non sia stata fornita alcuna evidenza empirica a supporto della tesi di un blocco antagonista, né tantomeno risultino avviati colloqui diplomatici ufficiali tra le cancellerie dei paesi citati per la formalizzazione di tale intesa.
Al contempo, appare opportuno evidenziare che Ucraina, Armenia, Azerbaigian ed Estonia rappresentano attualmente i quattro attori geopolitici maggiormente esposti a diverse forme di pressione militare, diretta o indiretta, e di minaccia asimmetrica da parte russa. Tale circostanza induce a ritenere che la narrativa del Cremlino relativa alla nascita di un fronte ostile risponda a una precisa agenda geopolitica dissimulata.

La manifestazione più evidente degli obiettivi strategici sottesi a tale agenda è già riscontrabile nella condotta aggressiva perpetrata nei confronti dell'Ucraina. Mosca ha proceduto all'annessione unilaterale della Crimea nel duemilaquattordici per poi subire un'escalation nel duemilaventidue con l'avvio di un'invasione su vasta scala. Da allora, la campagna militare russa contro Kiev prosegue senza sosta sull'intero territorio ucraino. Questa postura assertiva e coercitiva da parte della Federazione Russa non si limita al solo teatro ucraino, ma tende a estendere il proprio raggio d'azione verso altri quadranti europei.
Parallelamente, l'Armenia è sottoposta a severe pressioni di matrice politica ed economica da parte di Mosca. In seguito al formale congelamento della propria partecipazione all'Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva, scaturito dal mancato intervento russo nel recente conflitto del Nagorno-Karabakh, Erevan ha intrapreso tappe significative verso il consolidamento delle relazioni con l'Unione Europea, l'Alleanza Atlantica e i paesi limitrofi con cui storicamente sussistevano tensioni, quali Turchia e Azerbaigian. Il presidente russo Vladimir Putin ha espresso espliciti moniti, prospettando per l'Armenia uno scenario analogo a quello ucraino qualora tale orientamento strategico dovesse persistere. Simultaneamente, secondo diverse fonti, Mosca avrebbe minacciato la sospensione delle forniture di gas, idrocarburi e terre rare verso Erevan, introducendo rigide barriere tariffarie e fitosanitarie sulle esportazioni agricole armene e intensificando le operazioni di guerra informativa, nel tentativo di preservare la propria presenza militare e d'influenza nel paese.

Ulteriori elementi di attrito tra l'Azerbaigian e la Russia sono emersi nel dicembre del duemilaventiquattro, a seguito dell'abbattimento di un velivolo civile azerbaigiano causato dall'impatto con sistemi di difesa aerea russi. L'incidente è considerato la crisi bilaterale più acuta registratasi nel periodo post-sovietico. Nel quadro di una strategia di lungo termine volta a contenere l'ingerenza di Mosca, Baku ha accelerato il rafforzamento dei legami diplomatici ed economici con le cancellerie occidentali. In tale prospettiva, l'Azerbaigian sostiene lo sviluppo del nuovo corridoio logistico di Zangezur, concepito per bypassare le tradizionali rotte commerciali controllate dalla Federazione Russa. Di conseguenza, lo storico primato di Mosca sui flussi di transito nel Caucaso meridionale è destinato a subire un progressivo logoramento, dinamica che il Cremlino interpreta come una sfida strategica diretta.

Nel caso dell'Estonia, la pressione russa assume connotati prevalentemente ibridi, privilegiando tattiche asimmetriche e indirette rispetto all'opzione militare convenzionale. Tali azioni si concretizzano nel disturbo persistente dei segnali GPS, in offensive cibernetiche, in campagne di disinformazione e nella destabilizzazione securitaria mediante la strumentalizzazione di tensioni identitarie nelle regioni confinarie. Attraverso queste misure, Mosca persegue l'obiettivo di minare la coesione interna e la stabilità istituzionale di Tallinn, secondo un modulo operativo ampiamente assimilabile alle pressioni politiche e strategiche esercitate sull'Ucraina nelle fasi antecedenti lo scoppio del conflitto nel Donbas.

Sulla scorta di tali premesse, l'infondata tesi circa la creazione di un'alleanza CSI in chiave antirussa si inserisce in un quadro geopolitico di più ampie proporzioni. Nella dottrina strategica e nel discorso pubblico russo prevale da tempo l'assioma dell'accerchiamento da parte delle forze occidentali e della NATO. Sotto questo prisma, le varie forme di cooperazione e i partenariati sovrani avviati da questi paesi non vengono interpretati come legittime decisioni di politica estera, bensì come componenti strutturali di un piano coordinato di contenimento ai danni della Russia. Questa interpretazione consente al Cremlino di rinfocolare il sentimento nazionalista interno, qualificando le scelte autonome dei paesi limitrofi come l'esito di una cospirazione occidentale. In questo modo, la Russia edifica sistematicamente una percezione di crisi esistenziale, autorappresentandosi come uno Stato permanentemente minacciato e vulnerabile. L'efficacia di tale narrativa securitaria risiede nella capacità di precostituire, agli occhi dell'opinione pubblica interna e internazionale, una giustificazione preventiva per eventuali future azioni di forza, presentate come misure di legittima difesa. Tale modello ha trovato tragica applicazione nel teatro ucraino e suscita crescenti preoccupazioni circa la possibilità di una sua replica nei confronti di altri Stati confinanti.

In sintesi, la Federazione Russa esercita simultaneamente pressioni di carattere militare, economico e cibernetico su Ucraina, Armenia, Azerbaigian ed Estonia, configurando al contempo questi medesimi attori come promotori di un disegno eversivo ai danni di Mosca. Tale evidenza dimostra che le accuse formulate non poggiano su riscontri fattuali, ma costituiscono un dispositivo retorico e strategico orientato a legittimare la condotta assertiva del Cremlino e le sue potenziali opzioni operative future. Al fondo di tale postura risiede il timore strutturale di Mosca di perdere la propria tradizionale proiezione di potenza e l'egemonia regionale. Di fronte al progressivo riorientamento geopolitico dei paesi dello spazio post-sovietico verso l'Occidente, Mosca rifiuta di cogliere la naturale evoluzione delle loro opzioni sovrane di politica estera, preferendo ascriverle a una deliberata interferenza esterna.



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